giovedì 30 ottobre 2008

Narcisismo Architettonico

Il commento di Andrea al post precedente mi ha fatto sorgere un dubbio Amletico (nel vero senso della parola).
Guardando gli edifici (almeno quelli delle Archistars) è facile risalire all'Architetto che li ha "partoriti", ma quanto è giusto avere uno stile "proprio"? O meglio, come si fa ad avere architetture tanto diverse?
Se L'Architetto è uno "strumento" della società, atto a regolare (e creare) lo spazio antropico, il suo stile dovrebbe rispecchiare la società (che lo ha formato o che lo ospita) e non dovrebbero esserci grandi differenze tra gli stili dei diversi architetti (tanto più con la società della globalizzazione).
Questo per estremizzare, è chiaro che accade di rado, perché ognuno ragiona con la propria  testa e magari partendo (anche) dagli stessi presupposti, si possono raggiungere risultati diametralmente opposti (più o meno condivisibili).
Ma cosa vuol dire "avere uno stile"?....Quanto ha a che fare con l'ego di una singola persona (che sarebbe poi l'Architetto?)?
Magari è solo il manifestarsi di tutto un bagaglio culturale, non personale, ma di tutta "una" società, sulla punta della matita di un Architetto che fa le stesse ricerche, ma con punti di vista (o analizzando aspetti) differenti, rispetto ad un'altro Architetto con un differente "stile".
Ma cosa succede nelle grandi metropoli (e non solo) dove le culture si intrecciano e nascono nuove società (vedi sempre la globalizzazione)?
A rigor di logica si creano nuovi "stili", che però essendo sporadici e mescolati fra di loro, divengono difficilissimi da gestire e da analizzare.




lunedì 27 ottobre 2008

L'Architettura Economica

Non voglio parlare di case fai da te o di edifici di paglia e fango.
Voglio parlare di progettazione, spero di buona progettazione e di buoni edifici.
(magari quanto segue ci aiuta anche a capire l'architettura pornografica)

Penso che per progettare bisogna affidarsi alle 3E (solitamente seguite dalle aziende, in special modo quelle pubbliche): Efficienza, Efficacia ed Economicità (io l'ho imparato in un tirocinio sulla progettazione e gestione ospedaliera che naturalmente non mi fa fruttato neanche un punto di credito, ancora rosico)... 
L'Efficienza sarebbe il massimo rapporto tra i risultati ottenuti e i mezzi impiegati per ottenerli. (in fisica efficienza=potenza in uscita/potenza in entrata e questo rapporto è compreso tra 0 e 1 per la legge della conservazione dell'energia prendendo in esame un sistema chiuso); potremmo (semplicisticamente) dire che in architettura l'efficienza è il rapporto il costo dell'edificio (inteso come capitali utilizzati per la costruzione, la manutenzione e la gestione nonché lo "spazio" occupato, ecc) e il giovamento che se ne trae (la rispondenza delle funzioni rispetto ai bisogni reali, gli introiti monetari, la durabilità fisica e metafisica, la soddisfazione degli utenti intesi anche come chi subisce l'edificio).... spero di essere chiaro ...AIUTATEMI
L'Efficacia è il raggiungimento con successo degli obbiettivi prefissati.....che a volte coincidono solamente con la "visibilità" (la risonanza sociale e culturale dell'edificio). Che l'edificio produca l'effetto voluto e magari anche di più tramite varie sinergie.
Per Economicità non intendendo lo spendere poco, ma lo spendere bene, utilizzare tutti gli spazi (possibilmente creare solo spazi utili che in termini architettonici è molto diverso), costruire in modo da aver bisogno di poca manutenzione (ma potrebbe anche convenire costruire qualche cosa che duri solo pochi anni), risparmio energetico, risparmio di tempi.
Quindi essere ECOnomici vuol dire utilizzare in modo efficiente le risorse a disposizione (spazio, conoscenza, capitali e perché no contesto), raggiungendo in modo efficace gli obbiettivi (pubblicità, cultura, lucro, benessere, riparo, ecc)
L'edificio deve avere la migliore "configurazione energetica" possibile (non solo in senso fisico)

Dobbiamo essere ECONOMICI, che in senso di "forma" architettonica vuol dire costruzioni a "bassa complessità" quando c'è poco da dire e molto da fare e costruzioni "complesse" quando si ha poco da fare e molto da dire.

giovedì 23 ottobre 2008

Abitare il centro commerciale

Oggi con Domo si dibatteva del post precedente e sui LandMark (invece di stare a lezione di restauro) e le varie divagazioni ci hanno portato ai Centri Commerciali, che oramai (soprattutto in Lazio e in Campania) pullulano, nonostante i (relativamente) pochi clienti.
Per spiegarvi come ci siamo arrivati ai centri commerciali ci vorrebbero altri 3 post, vi risparmio (per ora).

Al 5° caffè, improvvisamente, un' intuizione!

"Siamo passati dalla società industriale a quella commerciale, magari i centri commerciali diverranno obsoleti o superflui, e si creerà un archeologia commerciale."
Se dopo una serie di eventi, i magazzini industriali sono diventati Loft, non è che una volta finito questo consumismo selvaggio (per ipotesi, se mai dovesse finire)  ci troveremo ad avere (a patto di un'alta domanda abitativa) appartamenti negli (ormai) ex-centri commerciali?
Certo capisco che le strutture che li accolgono non sono assolutamente fatte per durare e che tutto il discorso stenta a stare in piedi, ma mi sembra un'ipotesi affascinante.
Quelli più grandi potrebbero diventare tipo città nella città, con i servizi base direttamente al loro interno, tipo Residence Metropolitani.
C'è anche da dire che la riconversione risulterebbe ben più complicata rispetto a quella dei magazzini del 1800 a causa dell'elevata specializzazione raggiunta da questi enormi LUOGHI (continuo a fare a cazzotti con i "non luoghi" di Marc Augè), ma confido nella loro naturale e genetica "flessibilità".

So di essere un pazzo e un visionario, ma vorrei vedere voi a bere 5 caffè dalle macchine automatiche di Valle Giulia.

Nell'immagine la bandiera proposta da Koolhaas per l'Unione Europea

mercoledì 22 ottobre 2008

Verso un architettura!...non ipogea...però ca**o


Nei commenti al post precedente, per chi non li avesse letti, si è, tra le cose, parlato di quella che ormai a noi piace definire architettura "pornografica" portando tra gli esempi l'architettura stravagante degli MVRDV a Madrid (il Mirador) in contrapposizione ad un'architettura spagnola più discreta e meno invasiva.

Questo edificio è un ottimo esempio di quella che mi sembra stia diventando una tendenza diffusa, un architettura pornografica, a prescindere da stile e "agghindamento", nella sua scala.
Un'architettura che sembra avere la pretesa di risolvere il problema di una periferia anonima grazie al suo salto di scala rispetto al contesto (Voglio precisare che le mie osservazioni si riferiscono esclusivamente alla sua scala rispetto al contesto,trovo altresì l'edificio molto interessante per molteplici motivi). Mi sembra voglia proporsi con la sua immagine come elemento di identità per il quartiere.Ma può una sola immagine, per quanto visibile, diventare elemento identitario per una comunità, senza essere accompagnata da una funzione sociale o di memoria storica o non so cos'altro?O un edificio residenziale, per quanto interessante, rimane sempre e solo un edificio residenziale, al massimo capace di diventare un elemento utile al solo orientamento?
Il progetto sembra essere un travisamento della cultura della congestione di koolhaas (ma di questo non sono per niente certo, la sto approfondendo in questo periodo).
Penso che per riqualificare le aree metropolitane delle nostre città sia più auspicabile trovare soluzioni ripetibili e che non presuppongano la loro unicità.

Questo edificio è esemplificativo di un modo di fare architettura oggi, dove la visibilità è tutto. Se non sei visibile non esisti (vedi proliferazione di blog personali e social network) e molti architetti , complici le amministrazioni committenti, hanno la presunzione di impiantare i loro arroganti e alieni totem autoreferenziali senza pensare che questi verranno poi subiti per decenni da una miriade di persone.

Il mio discorso è provocatoriamente esasperato, e non penso certo che dovremmo fare solo architetture ipogee, penso solo che sia importante fermarsi a riflettere su quanto e in quali casi sia lecito fare interventi di landmark.

P.S. L'idea di collegare la terrazza del 12 piano del Mirador direttamente a terra per renderla accessibile al pubblico sembra sia stata abbandonata.

Adesso torno a leggere topolino...

domenica 19 ottobre 2008

Maledetti Architetti

Oggi non mi va di scrivere, ho beccato l'influenza e il tip tap delle dita sulla tastiera rimbomba nella mia testa provocandomi malessere diffuso.
Ho quindi deciso di postare un link relativo ad un video di uno spettacolo di Beppe Grillo (non che io lo stimi troppo), guardatelo con gli occhiali da sole e con i paraorecchie. 
Non sono d'accordo con tutto quello che dice e spero che neanche la maggior parte della popolazione mondiale lo sia.
Ma si sa che il suo mestiere è esasperare tutto (a volte informando, a volte disinformando), quindi dandogli il giusto peso, potrebbe tornarci utile.



Su una simile lunghezza d'onda è Tom Wolfe, autore di Maledetti Architetti, dal Bauhaus a casa nostra, edito da Bompiani.
Un libricino facile da leggere tanto quanto da dimenticare, ma che è un input che i "fruitori"(come li chiamiamo noi) ci mandano, sta a noi coglierlo e smistarlo.